“Negli anni 80 eravamo più liberi, non esisteva l’omofobia”. La posta del culo smonta una delle più grosse balle raccontate dai social.
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Chiariamo subito: non stiamo parlando di chissà quale segreto perché in rete hanno più volte smascherato la faccenda, la Posta del Culo vuole parlarne dalla prospettiva di chi ha dovuto subire la paura dell’AIDS nel periodo più delicato della vita: infanzia e adolescenza.
Il post di Gisella
Sulle pagine Facebook italiane dedicate ai ricordi anni 80 e precedenti, spesso gira questo post:
SIETE VOI CHE AVETE INIZIATO A METTERE I PALETTI :
La nostra generazione era tollerante.
E non lo sapeva.
Vi siete inventati il fluid gender e di conseguenza, l’omofobia.
Io vengo dalla generazione che ascoltava e amava David Bowie e Lou Reed, e non si è mai posta il problema di che preferenze sessuali avessero.
Fregava niente, anzi, contenti loro e in qualche caso beati loro.
Elton John, Freddie Mercury, George Michael.
Siamo anche la generazione che amava i Led Zeppelin, i Deep Purple, Neil Young, gli Eagles…
Senza porsi il problema dei testi che oggi sarebbero giudicati sessisti.
Quando arrivò Boy George non ci chiedemmo se gli piacesse il maschio, la femmina o tutti e due.
Ci godemmo semplicemente la sua musica e quando Jimmy Somerville ci raccontò la sua storia di ragazzo di una piccola città, ci commuovemmo e cantammo insieme a lui. Non c’erano leggi a costringerci a essere solidali o quantomeno partecipi.
Non c’erano minacciose commissioni o attenti guardiani a censurarci se ci usciva una battuta.
C’era Alyson Moyet, allora decisamente oversize, ma bellissima e bravissima, e nessuno pensava valesse meno di una Claudia Schiffer…Anzi.
Vorrei capire che è successo nel frattempo, perché tutti questi censori hanno l’unico effetto di creare quello che censurano.
Secondo me eravamo tanto più avanti senza imposizioni, perché le imposizioni si sa, spesso generano l’effetto contrario.”
Gisella Ambrogetti
Ne esistono differenti versioni, alcune che citano anche Renato Zero ma lo stereotipo è sempre uguale: “noi eravamo meglio di voi”.
Ora, a parte “who the fuck is Gisella?” come si chiede un nostro sito amico, a infastidirci maggiormente è l’arroganza con la quale si pone chiunque abbia confezionato un simile messaggio perché la sostanza è “il vostro chiedere rispetto ci dà fastidio, state buoni che se siamo diventati omofobi la colpa è solo vostra”. Come quando dicono “la violenza? Te la sei cercata se andavi in giro vestita così!”
La posta del culo: l’omofobia non esisteva
Nel 1984 il video dei queen, “I want to break free”, è stato censurato in America perché i componenti del gruppo indossavano abiti femminili. Era una parodia di una soap opera inglese che nulla c’entrava con l’omosessualità, ma alla società conservatrice statunitense non importava e i Queen da allora hanno interrotto ogni rapporto con gli USA.
La “grande tolleranza” degli anni 80 però si vide quando comparvero a New York e Los Angeles i primi casi di AIDS, inizialmente chiamata “peste gay” o “cancro dei gay”: durante una conferenza stampa nel 1982 alla Casa Bianca, un giornalista menzionò l’AIDS chiedendo come mai il presidente Reagan non si muovesse in merito a una possibile emergenza globale e tutti scoppiarono a ridere; seicento persone erano già morte e loro se la ridevano.
I media e il governo USA hanno preferito insabbiare la situazione perché, tutto sommato, colpiva solo persone che a loro faceva >comodo emarginare eppure, secondo la cara Gisella che la sa lunga, quella degli anni 80 è una generazione tollerante.
La stessa generazione in cui sono cresciuti Aaron James McKinney e Russell Henderson, due sedicenti “persone per bene” che nel 1998 hanno massacrato di botte Matthew Shepard lasciandolo legato a una staccionata agonizzante e pieno di sangue. Due “maschi modello” processati e arrestati per quell’omicidio solo perché la polizia li ha beccati dopo un’altra rissa e nella loro auto avevano gli effetti personali del ragazzo morto.
Il povero Matthew è diventato simbolo della lotta all’omofobia e i tolleranti media americani hanno cercato di screditarlo in ogni modo perché era positivo all’HIV. Fra gli anni 60 e i 90, evidentemente, era normale venir pestati se non si rispondeva a determinati canoni sociali.
Punti di vista
Per comprendere il ragionamento dietro a certi messaggi proviamo a metterci nei panni di chi li scrive: dal 1968 in avanti abbiamo avuto la liberazione sessuale e le lotte femministe, in seguito però sono arrivate droga e AIDS che hanno rovinato tutto.
I nostri genitori erano adolescenti o al massimo ventenni quando lottavano per lasciare ai loro figli, cioè noi, un mondo più libero dai tabù nella vita sessuale e non riusciamo a immaginare quale sensazione abbiano provato vedendo i loro coetanei cadere come mosche mentre noi eravamo ancora troppo piccoli.
Sul più bello che si sviluppava la sensibilità verso donne e comunità LGBT le morti per overdose e AIDS hanno regalato un’occasione d’oro a chi, nei media e nella politica, ha sempre ostacolato l’emancipazione. Non è perciò da stupirsi se più di qualcuno avrà pensato “ho sbagliato tutto, senza libertà sessuale si stava meglio, gli omosessuali sono un problema”. Essere genitori li ha resi vulnerabili ai condizionamenti, noi eravamo fragili a nostra volta perché bambini, e si è creata una combo micidiale.
Pregiudizio di sopravvivenza
Il “bias del sopravvissuto” o pregiudizio di sopravvivenza, è quando si creano statistiche fondate su persone o situazioni che abbiano superato una selezione e siano fisicamente disponibili, senza considerare gli esiti negativi. Inevitabilmente, così, si veicolano informazioni false.
“l’HIV? Alla fine non si sta poi così male, basta una pastiglia al giorno e ti fai le analisi del sangue un po’ di volte in più.” A un ragionamento simile noi risponderemmo “e grazie al cazzo, quelli che stanno peggio non ce lo possono più raccontare.” Stessa cosa per “il covid è solo una leggera influenza”, “io sono sempre andato in macchina senza cinture”, e così via.
Anche “l’omofobia ai miei tempi non esisteva” fa parte di questo errore logico: se sei abituato a definire l’omosessualità con parole volgari, per te quei termini saranno una consuetudine e fai fatica a capire come mai adesso si chieda di esprimersi in modo diverso. “I gay non si offendevano, ora cos’è cambiato?” Banalmente, “ai tuoi bei tempi” se eri omosessuale dovevi tenerlo ben nascosto perché il minimo che poteva capitarti era perdere il lavoro.
“Non ce ne fregava niente”, dice il messaggio; “ascoltavamo la loro musica e cantavamo tutti insieme”.
Riportiamo dal blog di un amico, “Dunning Kruger Café”:
Il fatto che degli artisti come Boy George, David Bowie o il nostrano Renatone facessero dell’ambiguità la propria cifra glielo si concedeva, erano artisti, personaggioni, eccezioni fini a se stesse. C’era una battuta che in sintesi diceva: “se sei ricco sei gay ma se sei povero sei un frocio di merda.
Ebbene, i froci di merda non se la passavano “bene” come Elton John ma venivano bullizzati, perseguitati emarginati e maltrattati.
Come lo so?
In quegli anni c’ero anch’io, ho visto e non ho fatto niente PERCHÈ ERA CONSIDERATO NORMALE.
Per noi che abbiamo vissuto sulla nostra pelle le discriminazioni chi in un modo chi in un altro, fa decisamente male sentire che i nostri genitori e loro coetanei difendano questi comportamenti perché di normale non hanno niente ma, a differenza di allora, adesso ne siamo più consapevoli e nel limite del possibile cerchiamo di migliorarci.
I bei tempi andati?
Non stiamo disprezzando l’epoca in cui eravamo più giovani, ci dà solo fastidio che le grandi piattaforme di social network (soprattutto Facebook) abbassino la priorità a contenuti politici e attivismo, lasciando sempre più spazio alle stupidaggini.
Quella sugli anni 80 liberi dall’omofobia è l’ennesima manipolazione messa in atto da marketing e politica: Facebook suggerisce di inserire il compleanno in fase di registrazione in modo da “fornire un’esperienza più adatta alla nostra età e già questa è la prima trappola.
In seguito, usando i dati anagrafici raccolti, l’algoritmo spingerà i post ritenuti più gradevoli per la fascia di età col maggior numero di profili attivi. Quelle veicolate sono informazioni false? Pazienza, l’importante è generare interazioni che a loro volta portano guadagno al social e, in minima parte, ai creatori dei post in oggetto.
In questo modo si assicurano un pubblico di persone inconsapevoli di venir manipolate: chi non sorride davanti ai bei ricordi di gioventù? Che male può fare condividere una foto o una scena che ci rievoca un momento spensierato?
Scambiarsi ricordi di per sé non è pericoloso, lo è però nel momento in cui ci si racconta “ai nostri tempi si viaggiava senza casco e siamo ancora vivi”, “io da piccolo ho avuto il morbillo e non è stata una grande tragedia”. Pregiudizio di sopravvivenza, siamo alle solite.
Se poi si porta avanti la narrazione “stavamo meglio quando non c’erano leggi su ambiente e inclusione sociale”, il rischio è di favorire una politica che gradualmente possa cancellare le libertà per le quali si è lottato nei decenni passati e, paradossalmente, a volercele togliere sarebbe la stessa generazione che ha combattuto per darcele.
Le nostre emozioni e i ricordi dell’infanzia sono un patrimonio prezioso per tutti noi, allora perché li si svende ai miliardari dei social network? Perché si permette loro di sfruttarci in questo modo?
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