Un nostro sito amico ha creato un articolo dove denuncia l’utilizzo inopportuno delle parole – anzi, il loro NON utilizzo. Perché dire “malattia incurabile” è sbagliato? La Posta del Culo indaga.
La posta del culo: incurabile
Occhio alla punteggiatura perché “la posta del culo: incurabile”, e “la posta del culo incurabile”, sono cose decisamente diverse.
Tornando seri, ci stiamo riferendo all’espressione “un male incurabile” che i giornalisti usano quando muore un personaggio pubblico.
Generalmente si definisce così un tumore maligno, quasi come se evitando di nominarlo si potesse mandarlo via; una tendenza presente da sempre nelle case soprattutto fra i più anziani ma che ha preso piede anche in ambiente mediatico, e non è solo un problema di privacy.
Le parole sono importanti
Il nostro blog lo afferma da quand’è nato: le parole sono importanti e le cose vanno chiamate col loro nome comprese malattia e morte perché evitare di citarle non serve a esorcizzare, anzi le rende invisibili con tutte le conseguenze che ciò può portare alle persone. Vale per “malattia incurabile” e, allo stesso modo, per le varie espressioni infelici su omosessualità o droga:
- lui si buca
- lui si fa / è fatto
- lui è dell’altra sponda…
Oppure lo si dice anche di una donna incinta “è in stato interessante” / “in dolce attesa” ma che cazzo significa?
Le parole dette piano risvegliano l’interesse: quante volte si tende l’orecchio cercando di ascoltare meglio, se qualcuno parla a bassa voce? O basta semplicemente dire “sai è capitato questo ma non posso raccontarti di più”; la curiosità scatta come una molla, a quel punto. A maggior ragione nel mondo dello spettacolo, dove più ti nascondi e più ti cercano.
Così, benché sappiano che “male incurabile” o “malore improvviso” voglia dire tutto e niente, i media continuano ad avvalersi di questi termini per alimentare il sensazionalismo. Poi se succede che una persona con un tumore finisce per vergognarsi della propria condizione perché si ha paura perfino di nominarla, ai giornalisti cosa importa?
Incurabile?
Se noi diciamo “malattia incurabile” stiamo esprimendo un giudizio che non ci compete. il tizio è morto di tumore? Chi ci garantisce che la situazione fosse irreversibile fin dall’inizio? Quante volte una persona deve operarsi, passano mesi o anche anni, poi quando arriva il giorno dell’intervento è già tardi perché la malattia ha corso più veloce dei medici? In un caso simile, e non sono pochi, a rendere la malattia incurabile sono state le inefficienze di chi poteva curarti e per qualche ragione non è riuscito a farlo.
Attenzione però: i media non possono né devono divulgare la salute di qualcuno senza il consenso dei familiari e noi non vorremmo obbligare la diffusione di dati sensibili; quello che chiediamo è di focalizzarsi sulla persona e non sulla morbosità. Quindi, “è morto dopo un periodo di malattia” è più che sufficiente! Una breve? Una lunga? Dall’esterno, poche settimane o mesi sono “una breve malattia” ma se ti metti nei panni di chi assiste la persona, anche tre giorni possono essere lunghissimi.
Bisogna porsi una domanda fondamentale prima di pubblicare una notizia: quali dati sono davvero rilevanti? La sua malattia è importante per il ruolo che ha avuto in vita? Perché dovremmo sapere che Maria è morta di tumore al seno piuttosto che altro?
Se è stata male un mese, un anno, tre anni, perché i nostri lettori dovrebbero saperlo? “Morta dopo un periodo di malattia”, e stop!
Poi d’accordo, parlare della salute diventerebbe fondamentale se a morire fosse un politico contrario ai diritti LGBT+ e che abbia iniziato la cura antivirale solo in fase di AIDS molto avanzata; nel caso specifico a impedirgli di affrontare l’HIV adeguatamente sarebbero state le sue posizioni politiche portatrici di stigma e parlarne dovrebbe avere l’unica finalità di denunciare che la discriminazione e l’omofobia uccidono.
HIV e parole non dette
Enzo Avallone, ballerino italiano famoso in tv nei primi anni 80 e morto per AIDS nel 1997.
Riportiamo dalle notizie pubblicate il 4 gennaio 1997, giorno successivo alla sua morte.
Corriere della Sera:
Il ballerino Enzo Avallone, meglio conosciuto con il soprannome di “Truciolo”, è morto ieri a 39 anni nell’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno, dove era ricoverato da alcuni giorni nel reparto di malattie infettive. Sulle cause del decesso i medici del nosocomio non hanno detto nulla, trincerandosi dietro al segreto professionale.
Altri giornali sono stati espliciti, teniamo a precisarlo; ma resta il fatto che se mi parli di morte nel reparto malattie infettive e ti rifugi dietro al segreto professionale, io capisco subito che non vuoi dirmi AIDS! Un’ipocrisia inutile che crea solo stigma. Gli si può perdonare solo che stavano nel 1997, ma ancora si fa fatica a insegnare ai giornalisti un corretto linguaggio su HIV.
Paradossalmente non menzionano il virus quando dovrebbero, poi ne parlano (troppo e male) se le notizie riguardano persone accusate di reati, sessuali o no, come se l’HIV fosse un crimine anche dove essere in terapia antivirale azzera la possibilità di diffonderlo.
Questa Posta del Culo si ispira a: “malattia incurabile, perché bisognerebbe smettere?” tratto da “BUTAC – Bufale Un Tanto Al Chilo.
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