MONDO REALE: l’inesperienza con la scrittura ci ha portato, quando abbiamo iniziato col blog, a pubblicare ogni capitolo dei nostri racconti partendo da trame già sviluppate senza dare spazio all’antefatto. Ci ripromettevamo di spiegare ogni cosa strada facendo ma così abbiamo solo creato confusione nei lettori; allora approfittiamo del sito nuovo per ricominciare daccapo e raccontare il Mondo Positivo dalla sua nascita – quando ancora non era tale. Metteremo i racconti in ordine sequenziale in modo che nessuno si perda – almeno così ci auguriamo.
La prima storia che proponiamo è quella di Maria Sole, una ragazza appassionata di musica e inconsapevole di aver cambiato il mondo soltanto con la sua presenza a un concerto…
Maria Sole
Mi chiamo Maria Sole Solari, e questa è la mia storia; fin da adolescente ho sempre cercato di difendere la mia libertà e a forza di lotte coi miei familiari sono riuscita a realizzare il mio più grande sogno: assistere a ben due concerti fra i più famosi al mondo e conoscere il mio idolo. Ne è valsa la pena, anche se a soli 20 anni ho dovuto compiere un sacrificio più grande di me.
1987: la compagnia
“Musica Intorno” era il luogo dove io e mio fratello passavamo quasi tutti i pomeriggi insieme a tre fidatissime amiche, un negozio in cui tutto parlava di musica. Beniamino, il gestore, l’aveva aperto sperando di trasmettere la passione per musica e canto alle persone di ogni età, dai più piccoli agli anziani.
Dischi, strumenti musicali, giocattoli sonori per bambini, l’ dentro c’era di tutto e per noi era come una seconda casa.
Quello sembrava un giorno come tutti gli altri: Lorenzo e le due gemelle erano già dentro a guardare gli scaffali dei dischi mentre Arianna era impegnata a suonare il pianoforte, tanto che appena varcai la soglia fu solo Beniamino a salutarmi.
Inutile mettersi maglioni o giacche larghe, ormai non potevo più nascondere la mia >gravidanza e facevo sempre i conti con gli sguardi altrui; tutti mi giudicavano, tranne Benny che mi faceva sempre sentire come una di famiglia.
“Allora Sole”, mi chiese accarezzandomi il pancione. “Perché sei arrivata più tardi del solito? Tutto bene?”
“Mi sono presa tardi a fare le pulizie”, cercai di dargli la prima risposta a caso ma lui mi conosceva, sapeva quanto odiassi svolgere i lavori domestici.
Abbassai gli occhi, consapevole di dover mantenere la calma perché nessuno di loro, pur volendolo, avrebbe mai potuto ribaltare la situazione in cui mi trovavo.
“Lasciala stare”, cercò di sminuire mio fratello; “oggi è di cattivo umore.” Lorenzo faceva tanto il cinico, gli pareva di liquidare ogni mia tristezza con una battuta ma era l’unico in famiglia ad aver sempre tenuto testa alla violenza verbale di nostro padre.
Ancora seduta al piano Arianna mi sorrise complice, “so io cosa ti serve!” E improvvisò una canzone dei Queen.
“Hai Freddie Mercury nel sangue”, le due gemelle commentarono all’unisono l’esibizione dell’amica e Beniamino fece loro eco: “certo, come tutti noi!”
Si avvicinò fiero alle due ragazze identiche una all’altra, e appoggiò le mani sulle loro spalle: “e voi due siete ancora più unite di prima. Gemelle omozigoti, più il legame biologico acquisito dopo il concerto. Sono orgoglioso di voi.”
Loredana e Lorenza si guardarono scuotendo la testa, poi si concentrarono su Arianna, Lorenzo e me. Non capivo bene di cosa stessero parlando ma sicuramente ignoravamo qualcosa che Beniamino, invece, sapeva alla perfezione.
“Amore della mia vita non lasciarmi”, Arianna continuò imperterrita a eseguire “love of my life” e io mi lasciai andare alle lacrime: chissà dov’era il mio unico vero grande amore! Dopo il concerto a cui avevo assistito mesi prima, quell’uomo si era divertito con tutti noi, eppure io sentivo che per me provava un sentimento più profondo.
“Sapessi Benny”, singhiozzai sulla spalla del negoziante. “Già gli ho scritto diverse lettere, ma non risponde mai. Lui non vuole la mia… la nostra piccola, ne sono certa.”
“Conoscendolo non direi, adora i bambini. Vedrai che prima o poi si farà vivo!” Benny provò a consolarmi; “è solo che ha mille cose da fare! Incidere canzoni, interviste, fuggire dai giornalisti, la vita di una rockstar è così mia cara.”
Vero, il mio grande amore era una celebrità e guai se i giornali avessero saputo che una ragazza vent’anni più giovane di lui gli avrebbe dato una figlia; e se le mie lettere fossero già finite nelle mani sbagliate?
Scacciai subito via quell’idea, perché il pensiero di un altro evento mi travolse: “devo partire, Benny… Devo andare via, ragazzi.”
Arianna finì di suonare le ultime note e corse verso di me ad abbracciarmi; mi sussurrò qualcosa all’orecchio e mi appoggiò una mano sulla sua pancia ma la ignorai platealmente. Anche le gemelle si unirono a lei, soltanto Lorenzo restò in piedi accanto a Beniamino.
“La settimana prossima la mia sorellona si sposa e se ne parte per la Russia”, Lorenzo raccontava orgoglioso quello che io avrei voluto fosse invece solo un brutto sogno. “Vladimir non sarà un granché ma Sole deve capire che anche la bambina starà meglio in casa con uno pieno di soldi…” Ancora si atteggiava a cinico mio fratello e io facevo sempre più fatica a non arrabbiarmi.
“PIENO DI SOLDI E DI VODKA”, mi misi a urlare; “non ho altra scelta. O mi sposo o papà mi costringe a dare la piccola in…”
Un colpo di tosse mi impedì di finire la frase, come se qualcosa dentro di me volesse sopprimere l’idea di mia figlia in adozione o peggio un aborto. Avevo deciso che avrei tenuto il bambino già appena saputo di essere incinta, figuriamoci quando mancava pochissimo!
“Tuo padre ti forza ad avere i russi come testimoni, ma il vero testimone sono io. Niente paura!” Nelle mie orecchie arrivò una voce che ormai da quasi un anno mi supportava con buone parole nei momenti difficili; avevo sempre pensato fosse frutto della mia mente ma quel giorno, rispetto ad altre circostanze, era molto più nitida: non era da uomo, né da donna, né da robot e avevo sempre tenuto questo segreto per me.
“Fammi vedere i tuoi nuovi sintetizzatori, Benny”, cercai di stemperare l’imbarazzo di fronte agli altri ma la misteriosa voce continuò imperterrita: “Calma, Sunshine. Calma. Ci sto io con te, andrà tutto bene.”
Sunshine è il nome con cui mi chiamava il padre della mia piccola durante la notte magica del concerto e nessun altro poteva saperlo; mi accorsi di avere gli occhi di tutti addosso, e provai a fingere un altro colpo di tosse sperando di nascondere le mie vere sensazioni.
“Senti”, mi propose Benny toccandomi una spalla; “ho capito che non stai bene e visto che non ci sono clienti, chiudo prima e ce ne andiamo via! Poi se gli altri vogliono ci raggiungono, altrimenti…”
La compagnia ci seguì fuori dalla porta e vidi Loredana sedersi in motorino con Lorenzo, partendo pochi minuti dopo avvinghiata a lui. Una coppia consolidata, era evidente, per quanto mio fratello se gli chiedevo qualcosa continuasse a negare.
Un rapido cenno di saluto imbarazzato, poi anche Lorenza e Arianna si allontanarono lasciandomi sola con Benny. Niente solito abbraccio, bacetti sulla guancia né tanto meno lo sculaccione di mio fratello, e io non riuscii a spiegarmi quella improvvisa freddezza. “Adesso vieni con me, piccola Sole, facciamo una passeggiata e poi ti porto a casa!”
Iniziava già a fare buio e freddo ma io non avevo intenzione di tornare a casa dai miei, così accettai l’offerta di Beniamino e camminammo insieme per il centro città uno a fianco all’altro.
“Avrei voluto tanto mi accompagnassi tu all’altare”, gli dissi; “mi sposo tra una settimana e immagino già di scappare via piantando il vecchio russo lì come un fesso. Ma non ho il coraggio di fare una mossa del genere!”
Contro ogni mia aspettativa, Beniamino strinse il mio braccio con decisione: “e invece tu ti sposerai, farai nascere la bambina a San Pietroburgo come ha detto tuo padre e non rompi le palle! Non hai potere decisionale sulla questione!”
Lui complice di papà? Del russo? Cosa stava succedendo? Chiaro, Benny stava tramando qualcosa di cui evidentemente anche i miei amici sospettavano.
Camminammo altri dieci minuti senza parlare, poi lui si infilò in una cabina telefonica.
Ma contrariamente a quanto pensassi, non stava chiamando sua moglie per dirle di aggiungere un posto in più a tavola e accogliermi a cena. Non sarebbe stata la prima volta che Beniamino si rifugiava in una cabina senza dare spiegazioni, questa però era una chiamata più lunga del solito!
Riuscii a intercettare solo qualche parola: “niente analisi in più … Tutto confermato… Hai fatto un buon lavoro cara… Sì, anche gli altri lo sentono, ne sono certo… Se ne vergognano però… No, figurati, lei non ne parlerà mai in giro!”
Rimase qualche secondo in silenzio prima di continuare: “…Ovviamente, è contro i nostri piani… Ma possiamo sfruttarlo… No, nessuna intenzione! Non posso rovinare tutto! Oh, certamente mi spiace per lei. Ma la posta in gioco è alta… Sì, sì, capisco! Devo scappare ciao!”
“Ma ci sarà un modo”, chiesi appena Benny tornò da me; “io in Russia non voglio andare! La mia casa è qui a Bugliano!”
“Tesoro”, lui mi abbracciò forte, ancora davanti alla cabina. “Sai bene che la nostra città è legata a doppio filo con l’Unione Sovietica…”
E allora! Che colpa avevo io per le stronzate della politica! Tornammo indietro verso il negozio di musica dove aveva parcheggiato la sua auto e se prima non ci facevo caso, da quel momento ogni via di Bugliano dedicata a un personaggio russo mi dava la nausea. “Maledetti”, pensai tra me; “sono dappertutto”.
“Vedrai che alla fine il signor Sokolov è un brav’uomo, ti darà i soldi per andare a Londra, potrai andare a trovare chi sai…”
Com’era possibile! Beniamino amico di Vladimir? Il mio futuro marito aveva fatto qualche favore all’uomo che mi aveva cresciuto meglio del mio padre biologico?
No, sul matrimonio non facevo discussioni per una questione economica, mi disgustava l’idea di condividere il letto e la vita col capo di mio padre. Un papà avrebbe dovuto amarmi, non vendermi per garantirsi il posto sicuro al lavoro!
“Quanto vorrei essere stata figlia tua, Benny. Tua e di Amelia.” Loro non avevano figli e mai avevo saputo se fosse una scelta voluta o causata da problemi di salute; soprattutto la moglie di Benny diventava ostile se qualcuno le faceva domande in proposito.
Arrivammo al cancello di casa mia e vidi finestre e balconi chiusi, segno che i miei già dormivano. Pazienza, mi sarei fatta bastare un’insalata, avrei trovato sicuramente qualcosa in frigo.
“Addio Sole”, Beniamino mi strinse forte mentre infilavo le chiavi nella serratura del cancello arrugginito. “Auguri per tutto, perché non ci rivedremo mai più!”
No, no! Non poteva essere! L’uomo che consideravo come uno zio mi stava abbandonando nel momento più difficile, colui grazie al quale avevo potuto conoscere e sedurre il mio idolo.
Sentii la bambina muoversi dentro di me e di nuovo la strana voce consolatoria del mio presunto, misterioso, angelo custode: “sunshine fidati, ho tutto io sotto controllo. Nulla devi temere finché sei con me!”
“Ce la farai, Sole”, Benny ancora una volta mi abbracciò; “vedrai che tutto si sistemerà. Ora vai a casa, piccola, e fai bei sogni.”
Il giorno del matrimonio
Per una settimana mi isolai, senza più coraggio di pensare alle mie amiche né di parlare con mio fratello che viveva le mie nozze imminenti come una risorsa a portata di mano per le sue finanze personali; d’altronde a Lorenzo, almeno apparentemente, importava solo uscire in motorino con Loredana e giocare a pallone. Sperava, in cuor suo, che il mio futuro e disgustoso marito ci potesse mantenere entrambi.
Mercoledì, giovedì, venerdì… E alla fine arrivò il sabato, il giorno che avrei voluto cancellare dal calendario. Mi svegliai prima dell’alba, con un sole debolissimo che filtrava dalla finestra a ricordarmi che ormai sarebbe stato troppo tardi per scappare via.
Dovevo sposare Vladimir Sokolov nel pomeriggio, e l’unica mia emozione era la rassegnazione più profonda: niente eccitazione, commozione, felicità. Solo un vuoto che mi consumava da dentro e la bambina, al sicuro nel mio ventre, continuava a scalciare. Forse anche lei capiva cosa stessi provando? Chissà…
Mi guardai allo specchio senza riconoscermi più: lo sguardo luminoso e il sorriso che aveva fatto perdere la testa al mio grande amore erano solo un lontano ricordo, e provai a tornare con la mente a quel luglio del 1986, quando seduta in prima fila accanto a Beniamino cantavo a squarciagola le canzoni del mio idolo.
Ricordai quando uno dopo l’altro vedevo mio fratello e le nostre amiche sgattaiolare fuori dal camerino della celebrità, con il sorriso soddisfatto di chi avesse ottenuto molto più di un autografo. E io, delusa a braccetto di Benny, uscivo dallo stadio certa di aver perso l’occasione… Per poi trovarmi un’auto di lusso con l’autista al volante e lui, il mio mito, seduto nel sedile del passeggero!
“Mi raccomando”, aveva detto Benny; “goditela questa gran fortuna!” E ci aveva lasciati soli, forse per raggiungere il resto del gruppo.
Il vestito da sposa era appeso al muro, protetto da un cellophane. Lungo, bianco, ornato di pizzo, ma a me pareva l’ombra di una ragazza condannata a morte.
Dovrebbe essere stato il simbolo di un giorno felice ma per me rappresentava solo una prigione di seta, il marchio di un destino che altri avevano scelto per me; neanche immaginarmi accanto al mio amato che mi cingeva la vita con un braccio mi aiutava. Anzi, il senso di repulsione era ancora più forte! Abbassai lo sguardo verso il pavimento e con le mani accarezzai lentamente il mio stesso pancione: “piccola mia, lo sai”, parlai a bassa voce rivolta alla creatura dentro di me. “La tua mamma ti sarà accanto sempre, sacrificherò me stessa per renderti felice…” Se solo avessi capito quanto concreta sarebbe stata quella promessa!
Nessuna dolcezza né comprensione in lui. Per l’irreprensibile Fabio Solari non ero altro che una pedina da muovere, un sacrificio necessario per il bene della famiglia. Anzi no, dell’azienda per cui egli stesso lavorava.
“Non voglio farlo, papà,” riuscii a dire, ma la mia voce suonò debole come se appartenesse a qualcun altro. Non avevo più la forza di combattere, anche se in me cercai di raccogliere l’energia rimasta per resistere fino all’ultimo.
“L’ho detto mille volte, Sole: non hai scelta,” rispose lui, con una freddezza che mi spezzò il cuore. “Vladimir è un uomo potente, e il tuo matrimonio risolverà ogni nostro problema economico e sociale. Vuoi o non vuoi un futuro sereno per la tua bambina? Inizia dandole un padre!”
Uno, due, tre, respira… Mi imposi di mantenere la calma per non peggiorare la situazione. Lo guardai negli occhi, cercando disperatamente un segno di umanità, una scintilla di affetto. “E il mio futuro, papà? Cosa ne è della mia felicità?”
Lui mi guardò ancora, coi suoi occhi di ghiaccio: “La felicità è un lusso che non ci possiamo permettere. Ti sposerai e farai ciò che è giusto per la tua famiglia.”
Quelle parole mi colpirono come una pugnalata alla gola: nessuno verrà a salvarmi, nessun miracolo cambierà la mia sorte all’ultimo minuto. Mio padre mi aveva già condannata, e io avevo perso ormai la forza di oppormi.
La giornata volò via come in un sogno, o meglio, come in un incubo. Tutti intorno a me erano felici, o almeno facevano finta di esserlo. Mi dicevano che ero bellissima, fortunata a sposare un uomo ricco e influente. Ma io ero anestetizzata, il mio cervello focalizzato altrove. Questione di sopravvivenza, cercai invano gli sguardi a me familiari: mio fratello non c’era, e così anche per Loredana e Lorenza, Arianna e Beniamino. Perché abbandonarmi adesso! Perché dovevo sorbirmi i sorrisi falsi dei miei parenti e di altri sconosciuti! Mi sentivo stanca, ma fra il pancione e la rabbia non avevo alcuna possibilità di correre via come, invece, avevo visto fare a molte spose disperate nelle commedie d’amore.
Quando finalmente arrivai all’altare accanto a Vladimir, l’uomo che avrei dovuto amare e rispettare per il resto della mia vita, mi colse un attacco di nausea. L’odore del suo profumo era disgustoso, la sua presenza mi schiacciava, mi soffocava. La sua mano sul mio braccio mi esplorava come un polpo con le ventose che volevo soltanto scrollarmi di dosso. Senza poi contare il suo fiato, con quell’inconfondibile odore di Vodka che emanava a ogni respiro.
Il sacerdote iniziò a parlare, ma faticai a sentirlo. Mi sembrò di non capire quello che diceva, già stare in una chiesa senza credere in Dio per me era un atto violento. Fatelo smettere, fatelo smettere! Ogni singolo neurone dentro la mia testa stava scalpitando ma il mio corpo rimase immobile, come se una forza oscura mi impedisse di compiere qualsiasi azione.
Sentii il mio cuore battere forte, il respiro più veloce, e ancora ci provai: uno, due, tre, respira. Provai ad alzare un piede, fare un passo all’indietro per allontanarmi dal celebrante e soprattutto da Vladimir…
Sarebbe bastato fare due passi, girarsi di 180 gradi e correre via… Più passarono i minuti più il coraggio si fece sentire. Ma inspiegabilmente, i piedi rimasero bloccati lì.
“Maria Sole Solari, vuoi tu prendere Vladimir Sokolov come tuo legittimo sposo?” Chiese il sacerdote.
Cadde un silenzio assoluto e sentii gli occhi degli altri su di me, in attesa delle parole che, uscite dalle mie labbra, avrebbero cambiato la mia vita per sempre.
Presi due respiri profondi, socchiusi le labbra ma nessun suono uscì subito. Il cuore mi batteva forte nelle orecchie, e sentivo le lacrime che stavano per scendere.
Uno, due, tre, respira. Quattro, cinque, respira… E finalmente, dopo una settimana di silenzio, tornò la voce familiare che mi accompagnava da molto tempo e della quale non mi era chiara l’origine: “Non temere, Sunshine. Io sono con te. Fai quello che devi, risolveremo tutto dopo.”
Neanche sapevo come definirlo o ringraziarlo per la forza che mi dava, chiamarlo “angelo custode” in chiesa forse non pareva poi così sbagliato.
“Sì, lo voglio”, finalmente mi uscirono le fatidiche parole ma fui consapevole di quanto ipocrita fosse quel giuramento; una maschera, un compromesso. Dentro di me pensavo sempre a un unico uomo, il mio amore lontano chissà dove, intento forse a godersi con qualcun altro una vita che non appartiene più a noi due… A noi tre, con la nostra piccola.
Eppure, quella voce mi aveva promesso che tutto sarebbe andato bene. Anche se non riuscivo a crederci, mi aggrappai a quella speranza perché era tutto ciò che mi era rimasto.
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