Benny 02: l’esperimento

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MONDO REALE, 2019: a una ragazza italiana è stato riconosciuto un risarcimento danni per aver contratto HIV durante un esperimento di laboratorio nel 2016. Sotto accusa l’università di Padova e quella di Ginevra.

FANTASIA: Beniamino La Scala doveva incontrare l’amico Raymond, ma al suo posto si presenta un’altra persona che gli propone un esperimento. Accetterà? Cosa gli succederà?

1981: coincidenze

“Va bene, ti raggiungo subito. Mi raccomando stai a digiuno”, disse Raymond prima di chiudere la chiamata; i gettoni mi erano finiti e io non ebbi il tempo di farmi spiegare quella strana richiesta, capii solo di trovarmi in un guaio.

Mi sedetti sulla panchina e aspettai. Cinque, dieci minuti, forse di più, coi passanti che si fermavano alla cabina per telefonare o fumavano una sigaretta parlando tra loro senza notarmi, qualcuno addirittura mangiava un panino di fronte a me!

“Appena torno mi ammazzeranno”, pensai; sapevo che entro mezz’ora al massimo avrei dovuto essere a casa, con Amelia e i suoi genitori che volevano cenare alle 20 precise. Aprii il portafoglio in cerca di un gettone e mi sedetti di nuovo, sconfortato: l’ultimo l’avevo consumato chiamando Raymond e adesso lui nemmeno si presentava! “Io ti ho dato i biglietti, ora devi dimostrarti degno della mia fiducia”, mi raccomandava consegnandomi la busta e me lo aveva ribadito nell’ultima telefonata.

Meno male le banconote non mi mancavano! Era ancora aperto il bar vicino al telefono pubblico dove potevo acquistare i gettoni per avvertire la famiglia sul mio contrattempo; con duemila lire in mano mi alzai, e non feci subito caso a una donna che camminava in mia direzione.

“Si accomodi pure signora”, le indicai il mio posto ormai libero. “Me ne sto andando via!”

“Resta, ti prego”, lei mi rivolse un largo sorriso e si avvicinò ancora di più a me; “non mi … Non mi riconosci, Benny? Io sono venuta qui per te!”

Allucinazioni? Probabile. Lei, proprio lei, no, non poteva essere. Ero troppo condizionato dall’ansia e la fame! Mi si posizionò di fronte, in piedi, i suoi occhi scuri lucidi dalla commozione. “Sono così contenta di rivederti!”

Rimasi lì, incapace di muovermi o parlare: perché era ricomparsa dopo una vita, proprio nel mio momento peggiore? Che scherzo mi stava facendo il destino?

“Evy, Evelyn, Evelyn Sloan…” Senza staccare gli occhi da lei pronunciai il suo nome, quasi a voler imprimere nella mente la sua presenza inaspettata. “Cosa ci fai, qui a Bugliano!”

“Il lavoro a volte è amore, non lo sai?”

Conoscevo quelle sensazioni perché le provavo per la musica. Lei però parlava di me e l’avevo capito, mi guardava come quando la prima volta ci incontrammo al concerto dei Queen nel 1975 e fu un colpo di fulmine tra ammiratori: non ci eravamo mai visti prima eppure le nostre mani si unirono mentre cantavamo “love of my life” insieme a Freddie Mercury senza più staccarci per l’intera serata, non servirono parole tra noi. Ci presentammo solo la mattina dopo quando, abbracciati sotto le lenzuola, ci sussurrammo all’orecchio i nostri nomi.

Seguirono due anni di relazione intercontinentale: ci scrivemmo interminabili lettere anche se al telefono ci sentimmo poche volte ma la passione fra noi si concretizzò durante l’estate, con la promessa di non separarci mai. Finché un giorno arrivò un biglietto di poche parole: “devo scegliere fra te e il lavoro ma ti amo. Un giorno capirai.”

Piansi per mesi all’epoca e la dimenticai solo quando arrivò Amelia, o almeno così credevo!

“Te lo avevo giurato”, Evelyn mi strinse tra le braccia mentre parlava e io non mi tirai indietro, mio malgrado colto da quel fuoco che fra noi non si era mai spento. “Benny, ora è il momento di legarci per sempre.”

I misteri di Evelyn

“Ma io … io devo andare”, risposi con un nodo alla gola. “Sono … sono sposato… e poi…”

Lei mi strinse ancora più forte e mi zittì appoggiandomi un dito sulle labbra; “lo so e non mi importa! So del concerto, dei biglietti, di Amelia, e soprattutto di Ray ma quel fallito non conta niente. Vieni con me!”

Dura, determinata, Evelyn sapeva dominare qualsiasi uomo ed era la sua forza ad avermi conquistato; ci riuscì anche quel giorno, perché accolsi la stretta della sua mano ferma e la seguii fino a una macchina parcheggiata a pochi metri dalla cabina telefonica. Un’automobile lussuosa, diversa da quella con cui la vedevo girare anni prima quando ci vedevamo in America. “Hai fatto i soldi col lavoro”, scherzai per combattere il mio disagio. “Sei una donna realizzata, vero?”

“A Ray si sono casualmente bucate le ruote”, mi sorrise mentre si sedeva al posto di guida e io mi allungai per baciarla; “ogni lasciata è persa”, pensai già immaginando una serata di passione in qualche albergo. Avevo perso la testa e sapere di Amelia a casa che mi aspettava, era diventato l’ultimo dei miei pensieri.

“Niente strane idee”, Evelyn bloccò sul nascere il bacio che forse desiderava più di me e accese il motore; “non farmi domande fino a quando arriviamo! Intesi?”

Da amante appassionata a rapitrice di uomini è un attimo, avevo letto molti romanzi sull’argomento e cercai di mantenere la calma mentre lei si concentrava sul percorso. Il suo abbraccio, la mano nella mia, dirmi che ci dovevamo legare per sempre, poi rifiutare un banale bacio? Presi dal cruscotto la copertina vuota di un’audiocassetta, sperando che potesse fugare i miei dubbi.

“A night at the opera”, esclamai; “quello era il concerto dove…”

“Non ti illudere”, la sua voce autoritaria poco si intonava con le note di “Love of my life” che risuonavano sulla radio dell’auto; “non è questo il momento per fare l’amore.”

Stavo mettendo a rischio il mio matrimonio per lei, e in cambio mi diceva di no? “Almeno portami a mangiare qualcosa”, protestai; “un panino, un trancio di pizza, ho fame…”

Lei non parlò e io mi limitai a guardare fuori dal finestrino: abbandonato il centro storico di Bugliano ci spostammo verso la periferia fino a imboccare una strada completamente deserta. “Ci siamo persi, Evelyn”, scossi la testa ma lei continuò a guidare tranquilla, sicura di sé; “Benny, ascolta: vuoi venire sì o no al concerto dei Queen a novembre?”

“Venire? Perché, ci sei anche tu? Io ci dovrei andare con…”

“Amelia. Lo so. E ci andrai con lei, non ho intenzione di distruggere il tuo bel matrimonio, anzi.”

Avrei voluto chiederle di riportarmi a casa o lasciarmi dal telefono pubblico, invece ancora una volta mi feci prendere dai conflitti: i biglietti, Raymond, cosa stava succedendo!

“Io ho qualcosa che Amelia non ha”, il sorriso di Evelyn divenne malizioso; “non la temo perché non possiamo assolutamente competere. E presto lo vedrai! Siamo quasi arrivati!”

Il motore si spense davanti a un’enorme villa e rimasi a bocca aperta mentre la donna scendeva dall’auto per aprire il cancello. “Scendi”, mi disse; “vieni pure avanti, seguimi.”

La sua voce era tornata calma, rassicurante, in quella serata che ci aveva colto di sorpresa; in un attimo mi ritrovai nel 1975, dopo il concerto dei Queen, stretto nel suo primo caldo abbraccio. Un passo dopo l’altro la seguii, e quando il cancello si chiuse, bastò il rumore metallico nel silenzio della sera a mostrarmi la realtà che da sempre mi imponevo di negare: non era Amelia che amavo, la sua dolcezza mi faceva solo da porto sicuro per dimenticare qualcun altro.

“Oh, ma questo è…” Inizialmente sul cancello non avevo fatto caso all’insegna, ma la rividi enorme e luminosa sulla porta d’ingresso: “CAMPUS IBUOL – International Bugliano University Of Life”.

“Eccoci”, annunciò Evelyn aprendo il portone con la chiave; era un Campus universitario che avrei voluto frequentare anni prima ma troppo costoso per i miei familiari così fui costretto a rinunciarci, e lei lì si comportava come fosse la padrona di casa.

“Cazzo ma sono le otto passate!” Guardai l’orologio che avevo al polso e mi fermai sulla soglia: “no, maledizione, le nove! Dio santo, a casa cosa diranno…” Parlavo a ruota libera incredulo su quanto stesse accadendo, la donna e il luogo dei miei sogni arrivati insieme nel giro di neanche due ore, e a portata di mano.

“Forse non hai capito”, lei sorrise prendendomi la mano e mi guidò lungo un corridoio silenzioso. Ebbi l’impressione ancora una volta di essere in trappola ma ricordai Raymond e i biglietti del concerto: “o fai come ti dico o me li restituisci!” Fu l’orgoglio a impormi di seguire la donna anche quando la vidi scendere giù per una buia, maleodorante scala; che figura avrei fatto con Amelia se avessi perso i biglietti? Quale contratto aveva firmato Raymond, dove ero coinvolto e cosa c’entrava Evelyn? Troppe domande che lei mi aveva esplicitamente chiesto di non porle e io, come sempre, mi arresi al suo carisma.

Una porta metallica si aprì cigolando ed entrammo in una stanza fredda, l’aria impregnata di disinfettante; “dove siamo, cos’è questo, il film Shining? Dio santo Evelyn!”

“Tranquillo. Tranquillo. Tutto a posto. Non aver paura, lui non ti farà del male…” Mentre parlava, lei non guardava me, ma un punto indefinito nella stanza. Pareva fosse ipnotizzata! Chi stava confortando? Chi era il “lui” se non ero io? Comunque la si volesse vedere, la situazione era come minimo strana e io sapevo che non mi sarei potuto tirare indietro. Non con lei, non dentro il Campus dei miei sogni infranti.

L’esperimento

“Perfetto”, disse Evelyn mentre spingeva una sedia metallica verso di me. “Ora tu ti accomodi qui e procediamo col nostro esperimento. Sei pronto, Beniamino La Scala?”

Docente universitaria, medico, ricercatrice? Neanche sapevo quale fosse di preciso il suo ruolo ma ciò che vidi sul tavolo di fronte a me spostò altrove la mia curiosità.

“Quarantuno omosessuali colpiti da una strana forma di cancro”, lo stesso articolo giornalistico che poco prima avevo visto a casa di mio suocero. Rimasi lì impietrito a leggerlo di nuovo, un velo di incertezza che si stava trasformando gradualmente in terrore. “No, Evelyn no … Non dirmi che…” Una lacrima uscì dai miei occhi e me l’asciugai con un dito. “No, Evy, tu no…”

“Ho in mano questo virus”, lei mi sussurrò all’orecchio con una tranquillità decisamente inadatta al contesto. “E tu sei la persona giusta per i miei studi.”

“Ma di cosa…” Afferrai il giornale, i miei occhi fissi sulla pagina: da nessuna parte si parlava di virus e dal poco che sapevo il cancro non era una malattia infettiva.

“Tu mi spaventi, sei pericolosa”, le urlai; “fammi uscire di qui! Io non … Io non voglio morire come quegli uomini! Evelyn!”

“Io pericolosa? Davvero? Mai quanto Raymond Still”, mi disse fredda. “Gli ho bucato le gomme perché non potevo permettergli di farti del male.”

Senza più degnarmi di uno sguardo, coprì il tavolo con una carta assorbente; muovendosi lenta, precisa, aprì un cassetto da cui estrasse una siringa sigillata e un laccio emostatico. “Ti prego! Fammi uscire”, andai in panico e la cosa non sembrò sfiorarla. “Non vorrai mica drogarmi!”

Lei fece finta di non sentirmi, limitandosi a stringermi il braccio sinistro col laccio e indossò un paio di guanti. “Sarà questione di pochi secondi”, mi disse e dandomi le spalle si avvicinò a un mobile chiuso; a vederlo pareva un semplice armadio ma appena lo sportello si spalancò, l’aria gelida che ne uscì mi fece comprendere la realtà: era una cella frigorifera.

“Io sono stata allieva di Raymond Still”, si sedette di fronte a me con una provetta in mano. “E in questo laboratorio lui mi ha imposto di lavorare fino a notte fonda; è qui che è successo tutto.”

Per l’ennesima volta posai gli occhi sul giornale, poi su di lei: non aveva alcun segno apparente di malattia, eppure l’articolo descriveva un cancro della pelle. “E quanto… insomma, Evy…” Le parole mi restarono ferme in gola, impossibile dire ad alta voce quello che mai avrei voluto pensare. Il laccio emostatico sempre legato al braccio, la siringa ancora sigillata sul tavolo, mi concentrai sull’unica certezza a mia disposizione: il respiro.

“Insomma, parlami di Ray”, riuscii a dire alla fine; “si tratta di lui, giusto? Raccontami cosa gli è accaduto!”

“Sì beh, è il caso che io gli spieghi prima di fartelo conoscere…”

Evy era tornata in trance! Già l’avevo vista così davanti alla porta del campus a parlare in terza persona come se io non ci fossi, ma questa volta aveva in mano una provetta e il mio braccio era pronto per subire l’iniezione di chissà cosa.

I suoi occhi erano solo per quel misterioso mondo a me precluso e io approfittai per allungare le dita sul laccio emostatico; poteva essere l’ultima occasione buona per fuggire! Al diavolo il concerto, i Queen, e tutte le stronzate! “Raymond”, gridai pronto a liberarmi il braccio. “Io ti denuncio, bastardo! Cos’hai fatto a Evelyn! Cosa vuoi fare a me! Parlami, so che sei qui.”

Alla mia rabbia fece eco un muro di silenzio opprimente, rotto solo da Evy che toglieva la siringa dalla confezione sterile mentre borbottava parole senza senso e continuava a ignorarmi.

“Urla, Benny”, mi disse tornando a guardarmi negli occhi. “Sfoga la tua paura, liberati delle tue energie negative perché tra poco non ne avrai più bisogno. Fidati di noi.”

Enfatizzò l’ultima frase con quel suo tono sempre capace di sedurmi in qualunque situazione, ormai mi aveva in pugno e lo sapeva: anche con la mia sorte in bilico, pur di averla accanto avrei perfino potuto farmi avvelenare. “Fidati di noi, Benny.” Lo disse ancora e stavolta pose un accento più marcato sul “noi”. “Siamo una cosa sola, Benny, accetta il tuo destino.”

Irrimediabilmente coinvolto dal suo fascino neanche la vidi aprire la provetta né prestai attenzione all’ago che, piano piano, entrava nella mia vena. Percepii solo quando il mio braccio fu libero ma restai seduto immobile, in attesa della mia sorte.

Contro ogni mia aspettativa però nulla accadde, erano passati dieci minuti e il mio cuore batteva regolarmente; nessuna allucinazione o vertigine, anche alzandomi in piedi mi sentivo stabile e camminai attorno al tavolo per prendere coscienza di dove mi trovassi finché urtai, con la punta dei piedi, un grande materasso.

“Lo so cosa stai pensando”, Evelyn mi prese la mano ed entrambi ci sedemmo su quel letto improvvisato. “Adesso i o e te staremo qui finché la conversione non sarà completa.”

“Conversione? Dio santissimo del cielo”, malgrado fossi ateo convinto mi scappò una preghiera. “Se è questo che intendi, solo Dio può spiegare cosa…”

“Sieroconversione”, ribatté lei senza batter ciglio; “stai diventando una persona positiva e questa è una buona notizia! Solo che dovrai…”

Dovevo seguire il mio istinto e ora forse era tardi! Come potevo essere così incosciente, per sentire un po’ di musica avevo sacrificato la mia salute. “Dio, dio, il cancro dei gay”, mi lamentai pensando ancora all’articolo di giornale; “almeno fai che sia meno doloroso possibile, Signore mio ascoltami!”

Evelyn mi posò una mano sulle spalle invitandomi a sdraiarmi: “ora ci facciamo una bella dormita e domani è un altro giorno, abbiamo due o tre settimane di tempo…”

“Amelia”, sussurrai; “devo tornare da lei…”

Evy scosse il capo. “Tutto calcolato, a tua moglie arriverà una lettera. Ho pensato a lei, al negozio, a tutti. Ci siamo solo noi adesso!”

“Noi”. Ancora quel pronome romantico e allo stesso tempo inquietante: “dimmi chi è il terzo incomodo Evelyn, dimmi con chi parli, quando chiudi gli occhi…”

“Si presenterà da solo”, tagliò corto lei; “fra due o tre settimane ti salirà la febbre e inizierai a sentire una voce che ti parla. Sempre ammesso che voglia rivolgerti la parola, visto come ti comporti con noi.”

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