Vuoto a perdere 02: crisi di coppia

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MONDO REALE. Sono Alessandro “Gifter” e la storia seguente è rimasta nel cassetto dal 2020 perché me ne vergognavo: l’ho scritta quando il distanziamento forzato da covid mi ha rievocato la vecchia paura adolescenziale dell’AIDS, poi quella provata appena ho scoperto l’HIV su di me nel 2013. Grazie Elettrona di avermi messo spalle al muro dicendomi “o la pubblichi tu o la pubblico io”.

FANTASIA: Mark Wilson vive una profonda crisi di coppia col suo ragazzo Andy, a causa di un terzo incomodo. Ma forse la soluzione è più semplice di quanto si creda…

Crisi di coppia

Malgrado la stanchezza quella notte fu impossibile dormire. “Non voglio essere toccato”, le parole di Andy continuarono ad assillarmi. “…Non voglio che tu mi tocchi.” Il problema ero io e me l’aveva detto forte e chiaro.

Appoggiai la testa sul suo cuscino per respirare l’odore dei suoi capelli; il vuoto mi circondava ormai, sul letto in cui ci eravamo tenuti fra le braccia per quei pochi meravigliosi mesi di convivenza. Mi spostai sulla sua parte di materasso e chiusi gli occhi finché, stremato, mi addormentai nel suo profumo.

“Sei un vuoto a perdere, sei un fallito”, d’improvviso udii una persona parlare dietro le mie spalle, e mio malgrado riconobbi la sua voce fin troppo bene. “Non ho tempo da perdere con quelli come te.”

Era proprio lui a insultarmi, Freddie Mercury; e io restai immobile facendo finta di nulla, come mi aveva sempre consigliato Andrew davanti ai bulli che ci prendevano in giro: “se rispondi ci godono, se li ignori si stancano”.

“Il tuo ragazzo viene a letto con me da anni!” continuò la voce avvicinandosi sempre più, ebbi l’impressione di sentire il suo fiato sul collo. “Vi pago l’affitto come opera di beneficenza, una buona azione verso un poveretto che ci fa pena!”

Appiattii il volto sul cuscino di Andy come un cane poliziotto in cerca di una traccia. No, l’odore non mi aiutava, ci avevo sudato e pianto anch’io l’intera notte e non mi restò che arrendermi all’evidenza, non avrei mai saputo se qualcuno si fosse azzardato a occupare il nostro spazio.

“Poi sai cosa dice Andrew di te?” la persona dietro di me parlò con tono sempre più maligno. “Che duri poco e lui deve sempre arrangiarsi o chiamare me perché tu non ce la fai!”

“ORA BASTA, FREDDIE!” Ferito nell’orgoglio mi sfogai in un urlo rabbioso e mi girai di scatto, pronto a colpire. Avevo già affrontato a pugni i bulli a scuola e non avrei esitato a fare lo stesso con Freddie Mercury, se insisteva con le provocazioni. Ma quando aprii gli occhi realizzai che accanto a me c’era Andy, seduto sul mio cuscino con un giornale in mano.

“Ehi Mark”, mi disse con un lieve sorriso. “Tu sei completamente impazzito, il tuo cervello è ancora a Wembley!”

“Ah… sei tu”, appena lo vidi sospirai di sollievo e allungai le braccia per stringerlo ma lui scosse la testa e, posato il giornale sul letto, si allontanò a passo svelto verso la cucina.

“Cos’ho fatto”, domandai girandomi verso la porta; “perché mi tratti così…”

Non ci fu alcuna risposta, solo il rubinetto del lavello aperto al massimo. Qualcosa non andava, era palese, e io non riuscivo più a sopportare quel silenzio. “Andy, vieni qua”, lo chiamai ancora ma il suono dell’acqua copriva la mia voce.

Iniziai a ricordare uno per uno gli eventi della serata: le canzoni, la folla, i bulli che si erano comportati da amici per l’unica volta nella loro vita e la figuraccia che si erano portati a casa con lo staff dei Queen.

Oh, sì, certo! Avevo urlato dietro a Freddie come il più stupido dei mitomani, io però non ho mai saputo controllare le mie emozioni durante certi eventi. E Andy, più gentile e discreto, era invece riuscito a stringergli la mano.

O forse era come diceva il sogno? Forse tra il mio ragazzo e Freddie c’era qualcos’altro di profondo e sincero, che tra noi non era mai esistito? Solo a pensarci sentii il desiderio di ucciderli entrambi.

“Non sono geloso”, mentii a me stesso, prima che a lui; “Andrew ti prego, torna qui e parliamone!”

Lo sentii chiudere il rubinetto e muoversi di qualche passo verso il corridoio, senza però mai fermarsi né dire una parola; tra noi c’era un fuoco altissimo ma non era passione. Era una incolmabile distanza, per me priva di qualsiasi logica.

Eppure una spiegazione ci doveva essere, lo conoscevo troppo bene per accettare di buon grado la sua improvvisa chiusura; mi tornarono in mente i foglietti che mi passava di nascosto quando mi vedeva in difficoltà durante le lezioni.

Li infilava dentro le penne, in mezzo alle pagine del diario, qualche volta me li trovavo anche dentro le scarpe. “Giusto, il giornale”, pensai; “mi avrà lasciato un messaggio lì!” Ma appena posai lo sguardo sul quotidiano mi sentii mancare il fiato.

“AIDS. La peste dei gay”, si leggeva nella pagina aperta davanti a me. Parlavano di una malattia misteriosa che distruggeva la vita e le speranze di tanti giovani come Andy e come me, uccisi da un male oscuro e dallo stigma. Ecco che tutto iniziò ad avere un senso: non ero io, il problema! Il mio amore aveva paura!

Lasciai il giornale sul letto e camminai lentamente, un passo alla volta, prima avanti poi indietro. Volevo allungare quei pochi metri che mi separavano dal confronto con la realtà per non lasciarmi assalire dal panico; quando finalmente raggiunsi la cucina, trovai Andy in piedi fermo davanti al lavello con lo sguardo perso nel vuoto.

“Ehi”, lo chiamai a bassa voce ma lui restò lì, immobile e silenzioso. Ci separava solo qualche centimetro, eppure sembrava ci dividesse un recinto elettrificato. “Dimmi cosa succede, come posso aiutarti.”

Lui non si mosse né mi guardò, una mano posata sul lavandino. “Freddie”, disse a labbra socchiuse. “Freddie e io…”

“Mi porto a letto Andy da anni, tu non vali niente!” Ancora una volta la voce di Freddie Mercury mi riempì la testa; se era solo un sogno, perché mi sembrava così reale e spaventosa?

“Pelle con pelle … Ci siamo stretti…”, Andy parlò sottovoce, sempre evitando il contatto visivo con me. “Capisci, Mark? Niente protezione, Mark, mi ascolti o no?”

Avvicinai la mano alla sua spalla, poi al suo collo, bloccandomi solo all’ultimo momento: “non funziona così”, cercai di tranquillizzarlo e di mantenere la calma.

“Neanche so se è una cosa reale”, riuscii a dirgli; “”E poi cosa avete fatto? Vi siete stretti solo la mano al concerto, vero?”

Il volto paonazzo, le mani tremanti, ancora una volta restò in silenzio. “Voglio la verità Andrew!”, persi la pazienza e urlai, consapevole del possibile tradimento e le sue conseguenze. “Tu e Freddie, a Wembley, ho visto come vi guardavate. Vi conoscete da un sacco di tempo! Dimmelo, cazzo, dimmelo!”

Bastò la sua immobilità a darmi la risposta che cercavo, e in un momento mi fu tutto chiaro: immaginai Andy e Freddie che, incuranti di me in corridoio, continuavano ad amarsi sul nostro letto prendendosi gioco di me.

Contai fino a dieci per non insultarlo, imbarazzato dai miei stessi pensieri. “Perdonami”, gli dissi alla fine. “Non è gelosia, è solo che… Ecco, devo sapere cos’avete fatto perché se gli hai solo dato la mano non sei in pericolo, credo.”

“Ipotesi, solo ipotesi! Parli a vuoto”, ribatté Lui. “Nessuno sa bene come si trasmette! I giornali parlano di evitare i contatti con sconosciuti e io, io non voglio farti del male! Mark! Chissà se Freddie ce l’ha davvero? Nessuno ci dice niente! Niente!”

Come era venuta, la mia rabbia svanì in un istante. Feci un passo verso di lui cercando di trattenere il pianto, non era il momento di cedere alla fragilità. Dovevo essere forte, non potevo permettermi di deludere il ragazzo che amavo; la paura dell’AIDS andava gestita con lo stesso coraggio che avevo dimostrato contro i bulli.

“Ascolta”, gli dissi deciso. “Pensa a quante persone frequenta Freddie? Lo staff, la band, gli altri fan, cazzo farebbe una strage! Dai, Andy, ragioniamo e troviamo una soluzione! Con calma!”

“E quale”, lui scoppiò in un pianto disperato. “Non ci baceremo mai più, niente coccole, niente amore, noi gay siamo destinati a morte certa.”

“NO!” Allungai le braccia e lo attirai a me, in un impulso di rabbia e disperazione; “a costo di chiuderci in casa ma non voglio che ci perdiamo!”

“Tu sei pazzo, Mark!” Cercò di divincolarsi dalle mie braccia e io non glielo lasciai fare; il suo corpo contro il mio, i nostri cuori che battevano di nuovo all’unisono, la magia del nostro amore sembrava tornata come all’inizio. “Senti! Se dobbiamo affrontare l’AIDS, combatteremo insieme. Ma non voglio più vivere nella paura! Stai qui!”

Andrew si aggrappò a me, il suo corpo ancora scosso dai singhiozzi; “con te è più facile”, mi sussurrò asciugandosi gli occhi sulla mia spalla. “Vorrei che urlassi al virus dell’AIDS quello che hai detto a Raymond quando mi picchiava.”

“LASCIALO STARE”, mi staccai dall’abbraccio con Andy e fissai un punto immaginario sul muro della cucina; “fatti solo vedere se hai coraggio, e io ti…”

“Quanto sarebbe bello se il virus ci sentisse davvero”, lui mi avvolse di nuovo in un abbraccio; “io e te possiamo solo evitare incontri con altri gay, stare fra noi, al resto provvede il destino.”

“Destino un cazzo”, risposi. Dentro di me avvertii una nuova forza, una scossa di energia che ignoravo di avere. “Andrew! Io voglio, devo fare qualcosa. Non posso stare con le mani in mano!”

Mi guardò negli occhi, perplesso. “Niente possiamo farci Mark, è una malattia oscura, è il demonio e dobbiamo solo aspettare che bussi alla nostra porta.”

“Devo combattere”, lo feci sedere sulle mie ginocchia e lo strinsi forte. “Ho deciso. Mi iscriverò a medicina! Voglio fare la mia parte, Andy. Per te, per noi, lotterò contro l’AIDS per la nostra comunità.”

“Oh, sì, certo”, Andrew annuì e mi posò una mano su un fianco; “se lo dici tu! Però medicina è dura, lo sai! E poi…”

Scosse il capo e si schiarì la gola. “Poi c’è Ray, e suo padre… Ecco, io non vorrei che…”

“Non gli permetterò di rovinarmi di nuovo la vita”, lo interruppi; “a costo di fargli fare una figura ancora più grama di quella al concerto.”

Raymond, sempre il bullo Raymond. Sapevo che suo padre lavorava in ambiente sanitario e quel pensiero mi diede ancora più forza: “sei con me, vero? Mi importa solo averti al mio fianco qualunque cosa accada.”

“Qualunque, sì”, Andrew sorrise poco convinto. “Io sono con te!”

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